Kosovo: End of supervision

Western powers overseeing Kosovo have announced the end of their supervision of the Balkan nation, the last to be born out of the dissolution of Yugoslavia.
Since its unilateral declaration of independence from Serbian in Febraury 2008, Kosovo had been overseen by a group made up of 23 EU countries, the US and Turkey. On September 10, 2012 Pieter Feith, the Dutch diplomat serving as both serving as the European Union Special Representative(EUSR) and as the International Civilian Representative in Kosovo, declared the end of international supervision. What does this mean to the ethnic minorities of Kosovo is too early to say.

In 2008, in the months following the declaration of independence, I carried out fieldwork in Kosovo, interviewing several Roma, Askhali and Egyptian Kosovans and wrote two concept papers (Integrating minorities in a post-conflict society and Towards the social inclusion of RAE in Kosovo) to inform the implementation of the Kosovo’s strategy for RAE integration (funded by the EC).  This article published recently in the Journal of Ethnic and Migration Studies (2012, vol. 38, n.8) discusses some of the findings of the work and portraits the challanges that the supervision status was posing to ethnic minorities. Stemming from my time in Kosovo, I have also published an interview with two very active Roma leaders in Romani Politics in Contemporary Europe (Sigona & Trehan, 2009) and a number of posts on this blog (both texts and photos).

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L’Union européenne et les Roms : pauvreté, haine anti-Tziganes et gouvernance de la mobilité

Lors d’une récente communication au Parlement et au Conseil européen, la Commission européenne (2011) est revenue sur la question des Roms, suite aux événements relatifs aux expulsions de Roms roumains par la France l’été dernier. Cette intervention était très attendue car la Commission avait jusque là évité de prendre position sur ce sujet, laissant l’initiative aux États membres. Cette réticence était d’autant plus marquée lorsque les Roms résidaient dans les États membres les plus riches. […]

Extract from: Sigona, N. (2011) “L’Union européenne et les Roms : pauvreté, haine anti-Tziganes et gouvernance de la mobilité”, Cultures & Conflits, 1/2011 (n° 81-82), p. 213-222. URL: www.cairn.info/revue-cultures-et-conflits-2011-1-page-213.htm.

Images and words

On Thursday 21 June at 7pm at Rivington Place (London), as part of the exhibition Roma-Sinti-Kale-Manush, and to mark the Gypsy Roma Traveller History Month, Autograph ABP presents ‘Images and words: communities telling their own stories’ a discussion between Eva Sajovic, photographer and Christine Eyene, art critic and curator.

Sajovic will introduce two participatory projects conceived in collaboration with Gypsy, Roma and Travellers: Be-Longing (Travellers’ stories, Travellers’ Lives), a project developed in 2009, and DreamMakers, an ongoing work with young Gypsy Roma Travellers.

This discussion will be followed by a response from Nando Sigona, social scientist and co-editor of ‘Romani politics in contemporary Europe: poverty, ethnic mobilisation and the neoliberal order’ (Palgrave, 2009). Sigona will introduce a special issue of the Journal of Ethnic and Migration Studies coming out in September, entitled ‘The Roma in the New EU: Policies, Frames and Everyday Experiences’ guest edited by himself and Peter Vermeersch.

For more info and booking a place: http://www.rivingtonplace.org/Imagesandwords

Dale Farm e l’urbanistica del disprezzo

From Dale Farm Solidarity's blog

“Abbiamo messo il sito in sicurezza”, dice Tony Ball, il sindaco di Basildon. Decine di giornalisti giunti da tutto il mondo lo circondano. Telecamere, cavi, microfoni, macchine fotografiche e riflettori sono in postazione da giorni,  insolita scena in questo paesone della contea di Essex. Basildon è una new town nata nel dopoguerra dalla fusione di tre villaggi, architettura modernista a basso costo per i pendolari della trasbordante Londra. Tony Ball, uno dei tanti conservatori che governano l’Inghilterra non metropolitana, è un politico di provincia che una vicenda di abusi edilizi ha portato sorprendentemente alla ribalta internazionale.

La vicenda in questione si può riassumere in due righe: ottantasei famiglie hanno costruito e abitato abusivamente su terreni di loro proprietà per dieci anni tentando ripetutamente, ma senza successo, di condonare gli abusi post facto. Una vicenda, tutto sommato, di ordinaria amministrazione che però ha intercettato, per caso o per astuta pianificazione, interessi e dibattiti che avevano luogo in altre sedi – a Westmister, a Brussels, a New York. Ed è così che Tony Ball si è trovato lo scorso 19 Ottobre a commentare in diretta sui media di mezzo mondo lo sgombero violento di alcune piazzole di Dale Farm, un’area di sosta privata abitata complessivamente da un migliaio di cittadini britannici appartenti alla minoranza legalmente riconosciuta degli Irish Travellers.

Mentre Tony Ball rassicurava il mondo sul positivo svolgimento dello sgombero, la sua voce era offuscata dall’incessante rumore del elicottero della polizia che per ore ha sorvolato e filmato l’area dello sgombero. Intanto a poche decine di metri dalla sala di comando dove si svolgeva l’intervista, centocinquanta poliziotti in tenuta anti-sommossa facevano irruzione nel perimetro non autorizzato di Dale Farm. Impalcature e barricate messe su nelle settimane precedenti si sono sbriciolate in pochi minuti. I poliziotti in gruppi serrati urlavano e battevano i manganelli contro la plastica degli scudi, come suggerisce i manuale di istruzioni sullo sgombero perfetto. Attivisti e volontari di varia provenienza che per settimane sono stati accampati a Dale Farm in segno di solidarietà hanno provato ad interporsi, a rallentare l’avanzata, ma i poliziotti procedono inesorabilmente alla ‘bonifica’ per lasciare spazio alle ruspe e allo squadrone di duecento ufficiali giudiziari e operai che mettono su teli e nastri colorati, delimitano le piazzole, leggono delibere e iniziano la demolizione.

Alcune famiglie hanno trasportato le loro case mobili in terreni di parenti e amici nei giorni precedenti per evitare la distruzione ‘accidentale’ della loro casa, altri hanno traslocato i loro oggetti più cari nella parte autorizzata dell’insediamento, altri ancora aspettano non avendo altro posto dove andare.

I giornali popolari di destra hanno attizzato l’opinione pubblica per mesi, facendo diventare Dale Farm l’inferno in terra, ‘il più grande insediamento di zingari d’Europa’: un’assurdità, ma molto efficace. Questa campagna si è intensificata quando la vicenda ha iniziato ad assumere rilievo internazionale. Quando, in particolare, un discreto numero di agenzie e organizzazioni europee ed internazionali per i diritti fondamentali, umani e delle minoranze ha iniziato a protestare, facendo giungere le proprie perplessità sulla gestione della vicenda al governo Cameron. L’intervento esterno ha incrinato il supporto che i conservatori erano riusciti a creare per il loro approccio ‘law and order’ (incluse alcune frange di lettori del progressista Guardian). La risposta del governo a queste critiche è stata quella di chiudersi a riccio, accusando la comunità internazionale di interferenze indebite. Un tipico esempio di due pesi due misure da parte della Gran Bretagna.

Nel silenzio dei politici laburisti, una delle poche voci critiche nel panorama politico inglese è stata quella di Lord Avenbury, un liberal democratico con una storia di battaglie per i diritti umani e le minoranze. In un interrogazione alla Camera dei Lord, ha chiesto: “Onorevoli colleghi, cosa pensate della decisione di spendere £117000 per famiglia per sgomberare queste persone da Dale Farm considerando il fatto che non ci sono aree alter aree disponibile nel paese dove indirizzarli?”.

Purtroppo l’intervento di Lord Avebury non ha cambiato il percorso della vicenda. Un’altra indicazione delle relazioni di forza nell’attuale governo di coalizione conservatori-liberal democratici.

Ai contrbuenti britannici l’operazione di sgombero di Dale Farm è costata quasi venti milioni di sterline oltre a mettere sulla strada quattrocento persone che ora dovranno trovare altre aree di sosta dove fermarsi. Ma le aree di sosta che non ci sono come ben sanno il comune di Basildon e il governo britannico. Il precedente governo aveva elebarato un piano che prevedeva l’individuazione di quattromila nuove piazzole, non sufficienti per coprire il bisogno abitativo di tutti, ma un passo avanti. Purtroppo come spesso accade negli interventi a sostegno di queste comunità la volontà politica si è dissolta prima che il piano diventasse progetti concreti, con qualche eccezione. Il comune di Bristol ha allestito due aree sosta per Travellers all’interno dei suoi programmi di edilizia popolare per una cinquantina di famiglie per un costo totale di tre milioni di sterline. Quando è arrivato il governo conservatore il piano dei laburisti è stato relegato in un cassetto. Niente di personale e certamente non si tratta di razzismo, hanno più volte ripetuto i politici conservatori. Bisogna dare più potere di scelta alle municipalità, non si possono imporre interventi del genere dall’alto è la giustificazione che echeggia il programma ‘localista’ del nuovo governo.

C’è però anche un’altra parte del programma di governo che i rappresentati istituzionali hanno astutamente omesso di richiamare durante gli accessi dibattiti che hanno preceduto lo sgombero, cioè quella che prometteva la riforma radicale della normativa sull’urbanistica e di attuare una devolution della materia per dare ai cittadini (e agli imprediori edilizi) maggiore libertà di edificare, rivedendo anche le norme che riguardano la protezione delle cinture verdi (green belt) che circondano le aree urbane. Strano che nessun conservatore si sia ricordato di questa decennale battaglia durante la vicenda Dale Farm. Infatti, la colpa imperdonabile compiuta dai Travellers è stata proprio quella di aver costruito su terreni di loro proprietà ma non edificabili perchè all’interno della green belt di Basildon.

Infine, vale la pena ricodare che i conservatori hanno un’enorme responsabilità per aver creato i presupposti che hanno portato agli abusi edilizi di Dale Farm. Nel 1994 fu infatti proprio il governo conservatore di John Major ad abolire il Caravan Sites Act del 1968 che imponeva ai comuni di predisporre aree per la sosta dei viaggianti e destinava fondi nazionali a tali progetti, incoraggiando inoltre i Travellers ad acquistare pezzi di terra da adibire alla sosta (sul modello della Thatcher che aveva messo in vendita il patrimonio di case popolari pochi anni prima), e i comuni ad essere più flessibili nella valutazione delle richieste per permessi edilizi dei Travellers visto il loro oggettivo svantaggio. Il primo insediamento a Dale Farm è parte di questa storia, così come il suo successivo allargamento. Purtroppo però il comune di Basildon, sebbene conservatore, non ha mantenuto la sua parte di promessa.

The Roma issue and the EU, a book review

“I would recommend this book to those who may be tempted to see Romani issues only in terms of localised ethnic mobilisations and of increasing racialised violence, as well as to anyone interested in issues around European citizenship, or in understanding the parallel evolution of human rights discourses and neoliberal policy” (Katheirne Hepworth, 2011).

The Journal of Ethnic and Migration Studies has published a very positive review of Romani Politics in Contemporary Europe (Sigona and Trehan, Palgrave 2009). Besides the overall positive assessment of the collection, I am particularly pleased with the ability of the reviewer, Katherine Hepworth, to crystallise in a few words the originality and uniqueness of the work and its aspiration to mainstream the debate on Romani politics. As the reviewer rightly notices, the book aims to show how relevant the situation of the Roma and their political trajectory is to understand current transformations in the EU and to unpack the intimate link between neoliberal policies and the affirmation of the human rights regime as dominant frame to understand and address the ‘Roma issue’.

On EU citizenship and Roma mobility

This post was published also on The COMPAS blog

Given the limited results achieved to date by the EU and EU member states in addressing the multiple exclusion of the Romani people in Europe, it is time to rethink some of the assumptions on which past initiatives have been built. Here I would like to suggest, very briefly, three possible ways and directions for reframing the current debate on the Roma in Europe.

1. The EU and the Romani communities
In a recent article, trying to answer the question ‘why have the Roma become a target and a scapegoat in France today?’ the French sociologist Éric Fassin reminded us that the ‘object of phobia is not to be mistaken for its source’ and that the ‘explanation of politics is of political nature’.  These remarks suggest that in order to understand what is happening in the EU today in relation to Romani communities we may need to turn our gaze away from the Roma and try, instead, to first focus on the broader picture: that is on the EU, an institutional and political construction that has undergone two decades of transition, enlargement and institutional, economic and social restructuring and is currently under incredible pressure as a result of the financial and bank crisis and then try to locate the Roma within these processes.

The Roma are a testing ground for the EU project, not an exception, but a founding part of the EU despite the lack of adequate institutional representation. The current attempt to curb their mobility (as well as their right to establish themselves in another member state) challenges one of the very pillars of the European Union and calls into question, at a time of major structural tensions, the capacity of the EU to fully embrace its mandate vis-à-vis mounting nationalist demands of member states.

2. Poverty and anti-Gypsyism
As I have shown with my colleague Nidhi Trehan in Romani Politics in Contemporary Europe: poverty, ethnic mobilization and the neoliberal order (Palgrave, 2009) apart from structural tensions resulting from the quick economic transformation, the transition towards capitalism has also been characterised by a search for foundational myths to re-define the relationship between state and nation after the fall of Communist ideology. In such a context, nationalist movements have acquired strength and, alongside them, so have numerous far-right racist and xenophobic groups that have managed to etch out increasingly large spaces in the political life of most European countries. This overall slide to the right, exacerbated by the existing confusion in the social-democratic camp, has turned the Roma, a minority without significant political representation, into a preferred target for racist campaigns that at times culminate in overt displays of violence.

However, in contemporary Europe, racism against Roma does not only concern some extremist fringe elements. Indeed, Eurobarometer surveys underline just how widespread prejudice and stereotypes about this minority are. Interestingly, despite this widespread intolerance towards the Roma in Europe, terms such as anti-Gypsyism and Romaphobia have only in the mid-2000s entered EU’s political vocabulary.

3. Anti-Gypsyism and modernity
The history of Romani communities in Europe is dramatically marked by episodes of mass persecution, violence and discrimination perpetuated by both institutional and non-institutional agents. The mass killing of hundreds of thousands of Roma systematically carried out by the Nazi regime before and during World War II was the tragic culmination of a series of events, rather than an isolated episode. The construction of the Romani communities as a ‘race of criminals’ genetically inclined to crime, was a central component of the ideological apparatus that provided a ‘justification’ for the genocide of European Roma.

To understand the contemporary spread of anti-Gypsyism in a neoliberal Europe and the link between the racial criminalization of the Roma and discriminatory policy and practice, we should bear in mind that anti-Gypsyism is not a new phenomenon; nonetheless, in its current configuration, it is strongly intertwined with the transformations that followed the break-up of the Soviet Union, the consolidation of liberal democracies and neoliberal economic principles in the European Union, and linked to the process of pauperisation that many Romani communities are undergoing.

Overall, a new critical approach should emerge that addresses the root causes of Roma exclusion (which include an understanding of the history of exclusion and its broader place in the history of Europe) and places the successful participation of the Roma to the European polity at the core of the EU project where they belong.

European governance and the Roma

At the upcoming 2011 annual world convention of the Association for the Study of Nationalities in NYC, I’ll be presenting a paper entitled ‘Securitizing the governance of the Roma in Italy’ . The paper is part of a panel on ‘European governance and the Roma’. Other members of this panel include Peter Vermeersch (KU Leuven) and Eva Sobotka (FRA), Laura Cashman (Canterbury Christ Church University), and André Liebich (Graduate Institute, Geneva).
The full programme of the conference can be downloaded from this link.