Chi comanda in Kosovo

Chi comanda in Kosovo

di Nando Sigona

Il presente articolo e’ apparso sul numero 98/99 [agosto/settembre 2008] de ‘Lo Straniero’ [www.lostraniero.net]

 

«Mirë se vini në Republikën e Kosovës» [benvenuti nella Repubblica del Kosovo], lo striscione incornicia l’ingresso dell’area ‘controllo passaporti’ dell’aeroporto di Pristina. La bandiera a sfondo blue con la sagoma giallo oro del Kosovo sovrastata da sei stelle bianche, fresca di sartoria, proietta la sua ombra sui passeggeri che camminano sulla pista. Poco distanti ci sono altre bandiere, da sinistra verso destra: la stella della Nato, il globo delle Nazioni Unite, stelle e strisce degli Stati Uniti, il cerchio di stelle dell’Unione Europea e l’acquila a due teste dell’Albania, che offrono a chi arriva una sintesi della geopolitica di questa travagliata area dei Balcani da ormai nove anni sotto protettorato internazionale.

 

I pilastri pericolanti della comunità internazionale

Orientarsi a Pristina non è facile. Pare che i locali non abbiano bisogno dei nomi delle strade, dei cartelli stradali per muoversi. Forse perchè cresciuti in una società governata dalla minoranza serba, dove l’albanese era spesso bandito dai luoghi pubblici e dalla burocrazia, hanno imparato a muoversi utilizzando riferimenti diversi. Forse perchè a volere utilizzare la toponomastica ufficiale è più facile perdersi che trovarsi dove i nomi delle strade tracciano una mappa fluida cambiata troppe volte negli ultimi anni seguendo i risvolti della storia. Ma c’è anche un’altra ragione per non conoscere i nomi delle strade, semplicemente perchè non ci sono. Pristina, infatti, spinta dai soldi della ricostruzione, dalle rimesse degli immigrati e dalla liquidità immessa sul mercato dai tanti espatriati, cresce e si espande a velocità sostenuta. In pochi mesi il paesaggio urbano si trasforma, appaiono strade, palazzi, hotel e piazze che prima non c’erano.

A pochi mesi dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza, anche l’architettura del potere del nuovo Kosovo sembra in piena trasformazione. Alcuni cambiamenti sono solo di facciata, altri appaiono invece più sostanziali. Se le bandiere albanesi sono riposte nel cassetto (almeno a Pristina) per ragioni tattiche, altre, come quella delle Nazioni Unite, si preparano a lasciare il campo, avviando una sostanziale ridistribuzione di poteri e prerogative. La transizione però risulta confusa e si riscontrano seri problemi di sincronizzazione. In particolare, il sostanziale disaccordo esistente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite circa l’indipendenza della (ex)provincia serba non consente l’approvazione di una risoluzione che ponga termine al mandato dell’UNMIK, stabilito con la risoluzione no. 1244. Pertanto, se nella forma è ancora l’UNMIK a governare il paese, i politici autoctoni guadagnano spazi importanti di (relativa) autonomia e i funzionari dell’Unione Europea prendono possesso di uffici, palazzi e caserme da cui gradualmente subentrano, nella sostanza prima ancora che nella forma, nelle funzioni fino ad ora assegnate al personale, civile e militare, delle Nazioni Unite.

Nei giorni della dichiarazione di indipendenza, nelle cancellerie europee ci si affrettava a definire la strategia europea per il Kosovo. Il 4 febbraio una decisione del Consiglio Europeo stabiliva i termini della missione e nominava Pieter Feith, diplomatico olandese di lungo corso, Special Representative dell’Unione Europea con il compito di offrire supporto alle istituzioni locali e favorire il processo di integrazione europea del Kosovo, ma anche, e soprattuto, di coordinare gli interventi europei e garantire la coerenza della linea politica comune. Pochi giorni dopo, toccava al secondo pilastro dell’intervento europeo EULEX, la missione dell’Unione Europea volta a istituire e consolidare la ‘rule of law’, a capo della quale veniva nominato il generale francese Yves de Kermabon, ex comandante della KFOR. A EULEX, che dovrebbe essere operativa da fine giugno dopo un periodo di transizione di 120 giorni con uno staff di quasi duemila unità, spetta di garantire il rispetto della legge e di monitorare, istruire e consigliare le istituzioni kosovare in settori quali polizia, amministrazione della giustizia, dogane e sistema penitenziario. Il terzo pilastro riguarda lo sviluppo economico regionale e la promozione di iniziative e progetti di sostegno allo sviluppo del Kosovo nello spazio europeo ed è affidato all’Ufficio della Commissione Europea a Pristina, guidato da Renzo Daviddi, economista italiano con una lunga esperienza nei Balcani. Si tratta di un settore di primaria importanza, come dimostrano i quasi due miliardi di euro investiti dall’Unione Europea negli ultimi anni nel solo Kosovo.

Quali saranno i rapporti tra i tre pilastri non è chiaro e già ora è possibile intuire qualche area di criticità. Prima di tutto, l’Unione Europea non ha ancora definito una linea politica comune sul Kosovo e il fatto che solo diciotto dei ventisette stati dell’Unione Europea abbiano riconosciuto il nuovo stato non fa che confermarlo. Pertanto, il ruolo di inviato dell’UE affidato a Feith si poggia su basi tutt’altro che solide. A ciò va aggiunto che Feith ha anche un altro importante incarico in Kosovo, quello di alto rappresentante dell’ International Civilian Office (ICO) a cui partecipano gli Stati Uniti e altri paesi che sostengono il processo di indipendenza del paese. Il doppio incarico, in una situazione fluida come quella attuale, si presta a creare confusione e Feith è spesso obbligato ad aggiungere postille ai suoi interventi pubblici specificando a nome di chi stia parlando. Il generale de Kermabon, dal canto suo, ancora prima di prendere possesso del suo ufficio a Pristina ha sottolineato, in un’intervista rilasciata al quotidiano Koha Ditore, la sua indipendenza dall’ufficio del collega; ‘la catena di comando di questa missione – ha detto il generale in linguaggio militaresco – è direttamente collegata a Bruxelles, al Comitato di Sicurezza e all’ufficio di Javier Solana’.

Infine, c’è la non trascurabile questione delle enclavi serbe e della coesistenza  di due strutture statali parallele, quella serba – la Serbia riconosceva il mandato dell’UNMIK in quanto sancito da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ma si rifiuta di riconoscere la legittimità del governo kosovaro e della missione UE in Kosovo – e quella del nuovo governo. Queste strutture parallele si riflettono in ogni aspetto della vita degli abitanti di queste municipalità: dai tribunali alle scuole, dall’assistenza sanitaria al rilascio dei documenti personali, dalle patenti di guida all’emissione delle targhe delle auto.

 

Bentornato a casa: da soldato a politico (passando per l’Aja)

I poster hanno lo sfondo rosso e il mezzo busto in giacca e cravata di Ramush Haradinaj. Sono apparsi dalla sera alla mattina di fianco al palazzo dell’UNMIK, di fronte a quello dell’OSCE, sulla strada che porta all’aeroporto, davanti alla torre di vetro del governo, al palazzo della banca centrale, sul boulevard UCK e quello intolato a Bill Clinton. Luoghi strategici e con alto valore simbolico. Celebrano il ritorno in Kosovo di Ramush Haradinaj, familiarmente noto come ‘Ramush’ o ‘RH’. Ex capo dell’UCK, ex primo ministro del Kosovo, e ora ex inquisito per crimini di guerra dal tribunale internazionale dell’Aja, RH è tornato in campo. “We need you”, dice uno dei poster, e poco importa che siano stati finaziati dallo stesso Haradinaj. Un aspetto, certo non secondario, è che la maggior parte dei manifesti sono in inglese. Messaggi diretti alla minoranza serba che non parla albanese perchè per chi era al potere non c’era bisogno di conoscere la lingua degli altri, ma anche al numeroso personale internazionale di stanza a Pristina. Ringraziamento a coloro che hanno permesso che Haradinaj fosse prosciolto da accuse gravissime riferite a quando era uno dei vertici dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) e che lo costrinsero a dimettersi dopo appena cento giorni dal suo incarico di primo ministro, ma anche celebrazione dell’impunità di chi è ora vincitore ed è pronto a tornare alla politica in giacca e cravatta e avvertimento alla minoranza serba e a tutti coloro non accettano il nuovo ordine di cose.

Nel verdetto di non colpevolezza, i giudici del Tribunale Internazionale dell’Aja dicono che il caso presentava molti punti oscuri e si fondava su prove e dichiarazioni vaghe rese da testimoni impauriti e sotto pressione. Questo aspetto è stato posto in evidenza anche dagli avvocati delle parti civili che hanno parlato di intimidazioni diffuse senza precedenti. Nei fatti, quasi la metà degli oltre cento testimoni ha richiesto il totale anonimato o speciali misure di protezione e altri si sono rifiutati di rendere la loro testimonianza a processo avviato. Per non parlare poi di quelli improvvisamente spariti o trovati morti. Ma quello di Haradinaj è stato un caso difficile dall’inizio. Forti pressioni diplomatiche sono state esercitate sul pubblico ministero Carla Del Ponte perchè lasciasse stare il comandante diventato politico moderato e rispettato. Pressioni che la Del Ponte denunciò pubblicamente in un’intervista apparsa sul Frankfurter Allgemeine Zeitung nel 2006, ‘la difficoltà in Kosovo – diceva il pubblico ministero – è che nessuno ci ha aiutato, né l’amministrazione civile delle Nazioni Unite, né tantomeno la NATO’.

La vicenda Haradinaj è a suo modo esemplificativa del Kosovo d’oggi. In particolare, permette di percepire la distanza che intercorre tra i proclami e gli alti principi declamati dalle istituzioni internazionali e ripetuti a memoria da quelle locali e una realtà ancora segnata da profonde tensioni interetniche dove nessuno parla di riconciliazione, dove l’impunità dei ‘vincitori’ è quasi totale, dove la corruzione è diffusa e strutturale e coinvolge pienamente anche il personale internazionale a vario livello, e dove gli sforzi di costruire una qualche forma di fiducia nelle nuove istituzioni da parte delle minoranze si blocca ogni qualvolta un episodio come quello di Haradinaj viene fuori.

 

La terra dei consulenti

Affermazioni come quella contenuta nel discorso di investitura di Pieter Feith, secondo la quale: ‘I primi necessari passi verso l’integrazione nell’Unione Europea sono nella direzione del rispetto incondizionato di tutte le comunità e di tutti i valori europei’, si sciolgono al sole della real politik internazionale. Basta pensare, a titolo d’esempio, che dal 2004, il Kosovo ha adottato una legge contro la discriminazione che molti osservatori considerano tra le più avanzate in Europa. Di fatto, però, la legge, scritta dall’ufficio dell’OSCE in Kosovo e certificata dall’Alto Delegato delle Nazione Unite, non è stata praticamente mai applicata e probabilmente la maggiornaza dei politici kosovari non la conosce neppure. Ma il fatto che esista è sufficiente a mantenere la finzione di un Kosovo pacificato che accontenta i politici locali bisognosi dell’appoggio europeo e i ricchi funzionari internazionali che così giustificano la loro presenza.

C’è anche un altro gruppo di individui che trae enormi benefici economici da una situazione come quella kosovara: i consulenti. Non c’è pietra, ma neache foglio di carta, che si muova a Pristina e dintorni che non sia passato per le mani di almeno un consulente. Proposte di legge, piani d’azione, strategie varie e studi di fattibilità passano inesorabilmente per la tastiera di consulenti impiegati dalle agenzie internazionali e talvolta dislocati negli uffici della pubblica amministrazione per ‘insegnare’ ai locali le regole del ‘buon governo’.

Incontro Lyda Favali, docente di Sistemi Giuridici Comparati all’università di Perugia e esperta legale per il governo kosovaro in un bar vicino alla stadio di Pristina, parliamo del ruolo dei numerosi soggetti che operano in Kosovo e del loro contributo alla costruzione del nuovo stato. Se è possibile individuare le linee generali che guidano l’azione internazionale, dice Favali, quando si va più nel dettaglio emergono evidenti divergenze. ‘Il problema è che sono coinvolti troppi attori  e che nessuno si accontenta di una sola fetta della torta. Ciascuno ha investito ingenti risorse nei Balcani e persegue la propria agenda’. Quando poi si sposta l’attenzione dai processi macro a quanto accade sul campo, la figura chiave da mettere sotto esame sono i consulenti internazionali. In particolare, bisognerebbe guardare al lavoro svolto dai consulenti legali e il loro impatto sul sistema giuridico del paese ricevente, cosa che ben pochi hanno interesse a fare. Quello a cui assistiamo, dice Favali, ‘è la nascita di network specializzati che si stanno sviluppando in vari settori della società civile, indipendentemente dagli stati nazione e in modo relativamente distante dalle regole del diritto internazionale pubblico’ e della dialettica democratica. Questi network ruotano intorno a poche agenzie di consulenza che hanno nel proprio portfolio centinaia di nomi di esperti da mobilitare all’occorrenza non appena un bando viene pubblicato. Le modalità di selezione e impiego dei consulenti e come queste si riflettono sul operato dei singoli e sui risultati della loro azione sono un tema da esplorare e che può offrire un importante chiave di lettura sul fallimento di molti interventi di cosiddetto ‘sviluppo’ e, ancor di più, sull’irrilevanza, in certi circuiti, di questo fallimento. In fondo, c’è sempre un altro consulente da nominare per fare una valutazione di quanto l’altro ha fatto male e così via, vorticosamente.

Nel 2003, il portavoce della polizia dell’ONU suscitò scalpore quando dichiarò che il Kosovo ‘non è una società affetta dal crimine organizzato, ma una società fondata sul crimine organizzato’.

Negli anni successivi, la situazione non pare cambiata di molto. E, sia chiaro, la responsabilità per questo stato di cose non è solo della politica locale.

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L’arrivo / The arrival

Articolo di Nando Sigona [in via di pubblicazione su ‘Napoli Monitor’, Aprile 2008] 

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«Mirë se vini në Republikën e Kosovës» [benvenuti nella Repubblica del Kossovo], lo striscione incornicia l’ingresso dell’area ‘controllo passaporti’ dell’aeroporto. Sono arrivato a Pristina ad inizio marzo, quando l’euforia e la sbornia della festa d’indipendenza erano scemate e l’inquietudine per la reazione serba si era in parte placata – anche se poi le dimissioni del governo Kustunica e le annunciate elezioni anticipate in Serbia hanno smosso di nuovo le acque.Un doganiere con uniforme lustra e buon inglese mi chiede il motivo della visita, «lavoro per il Governo kossovaro», rispondo. Mi guarda un po’ interdetto. Provo allora a riformulare la risposta, «lavoro per l’Unione Europea». Fa un cenno di assenso con il capo. Poi aggiunge, «e dove è il tesserino?». Non capisco di cosa stia parlando, poi mi volto verso la fila di viaggiatori in attesa alle mie spalle e noto che molti di loro hanno al collo una carta magnetica con fotografia e bandiera dell’UE. «Sono appena arrivato, questa è la mia prima visita». «Benvenuto in Kossovo», dice e  mette il timbro sul passaporto. Spero, con spirito da collezionista, di avere in anteprima il timbro del nuovo stato sul passaporto, ma pare che non siano ancora pronti. Per ora, mi devo accontentare della sigla UNMIK, Missione delle Nazioni Unite per l’Amministrazione ad Interim del Kosovo.Nella sala dove attendiamo l’arrivo dei bagagli c’è una lunga parete a vetri aperta sulla pista d’atterraggio. Il nostro aereo, solitario, è parcheggiato a pochi metri. Seduto su un blocco di cemento, un militare, sigaretta in bocca, segue le operazioni di sbarco da lontano, accarezzando un cane anti-droga. Sull’aeroporto sventola la bandiera della neonata repubblica, sei stelle bianche che sormotano la sagoma del paese in giallo oro su campo azzurro. Poco distanti ci sono altre bandiere, da sinistra verso destra: la stella della Nato, il globo delle Nazioni Unite, stelle e strisce degli Stati Uniti e il cerchio di stelle dell’Unione Europea. In pratica una sintesi della geopolitica di questa travagliata area dei Balcani da ormai nove anni sotto il protettorato internazionale, stabilito con la risoluzione no. 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.L’aereo era affollato. La prima classe, che di solito sui voli a breve percorrenza è quasi vuota, ospita un discreto numero di viaggiatori dall’aspetto manageriale, in tutto sono dieci, tra loro una sola donna. Nel resto dell’aereo c’è un misto di immigrati che tornano a casa – famiglie con figli piccoli, donne incinta e anziani – e stranieri, soprattuto personale delle organizzazioni internazionali, imprenditori in cerca di nuove opportunità di investimento, e militari in divisa. Le divise sono una cosa insolita sui voli civili, mi fanno uno strano effetto. Trasmettono un senso di insicurezza, forse perchè ricordano che la situazione a terra non è del tutto pacifica o perchè in qualche modo ci rendono potenziali bersagli di chi non gradisce la loro presenza in Kosovo.Appena decollato da Londra, un trentenne seduto alla mie spalle ha iniziato a mostrare segni di agitazione. Si alza, cambia posto, poi allaccia e slaccia la cintura svariate volte. Gli altri passeggeri seguono le sue operazioni un po’ allertati.  Lo raggiunge un giovane steward per invitarlo gentilmente a stare seduto «fino a quando il segnale non è spento». Il viaggiatore prende di nuovo posto e poi chiede delucidazioni sulla rotta dell’aereo annunciata poco prima dal capitano. «Come mai per andare in Kossovo passiamo per Ungheria, Romania, Bulgaria e Macedonia?». Lo steward dice di non saperlo, che lui è solo un assistente di volo. Poi chiama il primo ufficiale di bordo che arriva dopo pochi minuti a passo svelto e con sorriso tirato. Si avvicina al passeggero il tempo necessario per dire: «il motivo ufficiale è che le altre rotte sono molto trafficate oggi». Ed va via prima che possa giungere qualsiasi richiesta di ulteriori chiarimenti, soprattutto sulla parola «ufficiale».Nella settimane passate, mi dice il tassista che mi accompagna in città, tale Smaila, si sono visti anche molti giornalisti, ma passata la celebrazione dell’indipendenza (17 febbraio 2008) e appurato che i temuti, e da qualcuno agognati, scontri non ci sarebbero stati (almeno a Pristina) hanno lasciato il paese o si sono spostati a nord, nella provincia di Mitrovica, dove la minoranza serba é piú numerosa.Lungo la strada si vedono decine di cantieri di piccole e medie dimensioni. Case e stabilimenti appena iniziati o quasi finiti accompagnano il tragitto fino alla capitale. Spesso, le case sono abitate prima ancora di essere terminate, senza intonaci o senza che tutti i piani siano completi. Il motivo non è «culturale», come spesso dicono con tono dispreggiativo gli stranieri che lavorano nella regione, intendendo sottolineare la presunta rozzezza dei locali. All’origine ci sono motivi prettamente economici. Con un sistema creditizio ancora agli albori che rende l’accesso ai mutui difficile e molto selettivo, sono le casa a dover essere costruite a rate, con i soldi che arrivano di volta in volta. Non sorprende, allora, che lo scheletro sia la prima cosa ad apparire visto che i mattoni costano relativamente meno delle rifiniture, degli infissi e degli impianti. Il più delle volte si tratta strutture semplici a due tre piani. Una minoranza, ma piuttosto visibile, sfoggia invece grosse pareti con vetri a specchio, status symbol e testimonianza di un gusto architettonico importato dall’Europa ricca insieme ai soldi delle rimesse degli immigrati.Approssimandoci al centro, Smaila indica una vasta area su cui ci sono delle costruzioni in rovina. «Qui stanno costruendo il quartier generale dell’esercito kosovaro», dice. In realtà, un esercito kosovaro ufficiale non esiste ancora. Con la fine del conflitto nel 1999, il Fronte di Liberazione del Kosovo (UCK) ha accettato, almeno ufficialmente, il disarmo e una parte dei suoi miliziani sono stati incorporati nella nuova polizia, istruita e equipaggiata dalla comunità internazionale. Un’altra parte, invece, ha costituito il nucleo di un corpo di guardia civica (TMK – Forze di Protezione del Kosovo) che molti vedono come l’erede naturale dell’UCK e come il germe da cui scaturirà presto il nuovo esercito. I manifesti per strada che celebrano l’indipendenza accostano i loghi di UCK e TMK, simili per forma e colori, proprio per evidenziare la continuità tra i due soggetti.Le rovine, poi scopro, sono quello che resta di una caserma dell’esercito serbo bombardata dalla Nato nove anni fa. Immagino che non abbiano ripulito l’area dalle macerie per lasciare un segno di quanto è accaduto, ma anche per lanciare un avvertimento non tanto velato alla Serbia, di cosa potrebbe accadere se dovessero pensare di intervenire in Kosovo di nuovo.Lungo la strada la segnaletica è per lo più in inglese. Invece dei soliti luoghi, sono indicati siti come i quartier generale di UNMIK, della K-FOR e delle varie agenzie delle Nazioni Unite. Un altro indicatore di quale siano i centri del potere in Kosovo, ma forse anche di altro.  Per i primi giorni sono ospite di un collega che ha preso un appartamento in affitto in una zona di Pristina chiamata ‘Sunny Hill’. L’indirizzo preciso non lo sa nessuno, tantomeno il tassista. Pare che i locali sappiano orientarsi comunque, che non abbiano bisogno dei nomi delle strade, dei cartelli stradali. Forse perchè cresciuti in una società governata dalla minoranza serba, dove l’albanese era spesso bandito dai luoghi pubblici e dalla burocrazia, hanno imparato a muoversi utilizzando riferimenti diversi. Forse perchè a volere utilizzare la toponomastica ufficiale è più facile perdersi che trovarsi. I nomi delle strade, infatti, tracciano una mappa fluida, cambiata troppe volte negli ultimi anni, seguendo i risvolti della storia. Per un esempio, basta fare una passeggiata in centro, passare da boulevard Bill Clinton, a corso Madre Teresa, da via UCK a strada Garibaldi. Ma c’è anche un altra ragione per non conoscere i nomi delle strade, semplicemente perchè non ci sono. Pristina, infatti, spinta dai soldi della ricostruzione, dalle rimesse degli immigrati e dalla liquidità immessa sul mercato dai tanti espatriati, cresce e si espande a velocità sostenuta. In pochi mesi il paesaggio urbano si trasforma, appaiono strade, palazzi, hotel e piazze che prima non c’erano.Qualche giorno prima del mio arrivo il mio collega che è stato in Kossovo molte volte mi ha inviato un’email con le istruzioni su come trovare l’appartamento, «prima dici Sunny Hill, poi il nome di un laboratorio di analisi, il Bioticus, poi vedi, c’è una scritta a caratteri cubitali sul portone del palazzo, è lì». E alla fine sono arrivato.

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Ancestors

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The search for ancestors is a key task of nation-building. To root the present into the past – and the older the better – it is essential to substantiate and embellish any claim over a territory. Thus, it is not surprising that one of terrains on which the battle for the control of Kosov@ is/was fought is the ownership and meaning of the items found in the region. In the museum there are a lot of empty windows and spaces. Posters here and there call for international support to the campaigning for the return of hundreds of pieces taken/borrowed by Serbia in the immediate aftermath of the war in 1999.

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It is also not surprising that in the post 1999 Kosovo, many efforts were put into excavations and archeological research  (with the support of internation donors, of course). And here I come to my final point: why the international community is keen on archeology. Politcs and archeology are closely related in contested territories. This is true for Albanian-speaking Kosovans as well as for Serbian-speaking ones, but also for the western sponsors of the new independent Kosovo. Let’s not forget that we are talking of a country were Islam is the main religion. While keen to affirm/confirm their geopolitical control over the Balkan against the pro-Russia Serbia (for how long?), the western powers  are keen to promote and enhance a specific vision and imaginary of Kosovo as a secular country for the rest of the world but in primis for Kosovo inhabitants. Investing in archeology is therefore instrumental in achieving this aim as it can date back the claim over the territory but also over its cultural roots and heritage to a pre-Islamic time.