Being a Roma activist in contemporary Kosovo

 In ‘Romani politcs in contemporary Europe‘, there is a long interview/conversation with two Roma activists in Kosovo. A brief extract from the interview:

“Operating as mediators and translators (both literally and figuratively) between the international community’s discourse and agenda, and local political actors and interests puts RAE activists under tremendous pressure. Blaming international agencies for the harsh living conditions and deprivation they experience, some activists pointed out, is less dangerous and, in the short-term, more effective than opening a political confrontation with Kosovo authorities. However, in the medium to long-term this strategy does not help to improve ethnic relations and solve tensions between Kosovan citizens…’

Nation building and the others

I’m on my way to Cyprus where I’m giving a paper at the International Association for the Study of Forced Migration conference (IASFM: www.iasfm.org) . My paper is about RAE in Kosovo, but I’m not going to look into the appaling living conditions of the communities, as there are several detailed reports on this, rather I would like to use the situation of the RAE as a lens to look into tensions and conflicts in the process of nation building in Kosovo. In particular, i want to explore the tension between ‘colonial’ EU protectorate policy and practice and ‘colonial’ responses of  Kosovo ruling elite. Two chapters of the RAE integration strategy and some pilot interviews carried out last year are the empirical basis of the reflections. More work will follow next year when I’m planning a 2 weeks trip to Kosovo.

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Una città e il suo doppio

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A un anno dalla dichiarazione d’indipendenza del Kossovo, Mitrovica, città di confine resta divisa tra un nord serbo e un sud albanese. Ogni cosa ha un doppione: scuole, tribunali, ospedali e documenti. E poi ci sono le minoranze, a cominciare dai rom 

Di Nando Sigona [Napoli Monitor, n.22, marzo 2009]

La zona grigia

Nonostante gli anni, la mercedes beige sorpassa con disinvoltura i trattori e gli altri veicoli che affollano la strada a due corsie che attraversa il Kosovo da nord a sud. La destinazione è Mitrovica, città che marca il confine tra il nuovo Kosovo indipendente (e albanese) e quello che si sente ancora provincia della Serbia. Per la precisione la linea di confine tra questi due mondi divide la città stessa in due, con il governo kosovaro che controlla la zona sud e la Serbia che mantiene il controllo di quella a nord del fiume Ibar. A fare da collegamento tra i due mondi un ponte sotto la vigilanza continua del contingente francese della KFOR. In realtà di ponti ce ne sono altri due, ma di questi si parla molto meno.

Mitrovica è il luogo dove in maniera più evidente si palesa la coesistenza tra due strutture statali parallele, che la dichiarazione unilaterale di indipendenza dello scorso anno ha ulteriormente allontanato. La Serbia, che pure riconosceva il mandato dell’UNMIK in quanto sancito da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, si rifiuta di riconoscere la legittimità del governo kosovaro e della missione UE in Kosovo e ha nei mesi passati rinforzato la sua presenza.

I due sistemi intervengono in ogni aspetto della vita degli abitanti di questa città: dai tribunali alle scuole, dall’assistenza sanitaria ai documenti personali, dai sussidi economici alle patenti di guida e alle targhe delle auto. Per quanto riguarda le auto, nella parte nord si vedono le targhe con la sigla KM (Kosovska Mitrovica) emesse dalle autorità serbe, a sud dominano invece quelle con la sigla KS adottata dal nuovo governo. Il problema sorge per gli autusti dei veicoli in transito da una parte all’altra (e ce ne sono molti!) che devono fermarsi e togliere la targa ogni qualvolta attraversano il fiume Ibar.

Per l’UNMIK, il controllo serbo sul nord di Mitrovica ha sempre rappresentato uno smacco difficile da digerire, che si rifletteva nella stigmatizzazione di quel pezzo di città come ‘zona grigia’, a cui venivano associati una serie di connotati negativi, spesso ben lontani dalla realtà riscontrabile sul terreno. Nel 2002, Steiner, l’allora rappresentante speciale in Kosovo del segretario generale dell’Onu, dichiarava:

Se si getta uno sguardo su Mitrovica nord oggi, che cosa si osserva? Strade grigie. Giovani senza prospettive. Macchine parcheggiate in doppia e tripla fila. Disordine. Paura. Una legale “zona grigia”. Nessun investimento. Niente lavoro. Nessun futuro. È tempo di fare qualcosa. Se le cose vengono lasciate così come sono, scivoleranno ancora più verso il fondo. […] Lasciare le cose così come sono significa perdurare nell’assenza di leggi, nell’insicurezza, nella paura e nella marginalizzazione politica. Significa restare in una “zona grigia”.

Come nota Picker, in un bel intervento apparso su Conflitti Globali, ‘la differenza che viene prodotta discorsivamente tra un modello occidentale di città e la situazione di Mitrovica trova la sua origine in un immaginario geopolitico e geoculturale più ampio, che assume la forma di: Europa/Balcani = modernità/premodernità= sviluppo/non sviluppo’.

Mentre la situazione di Mitrovica, per la prossimità del confine con la Serbia, è in qualche modo estrema rispetto ad altre municipalità con una forte presenza serba –  va ricordato il dato spesso sottovalutato che solo circa un terzo dei Kosovari di etnia serba vive nelle municipalità del nord – è comunque fondamentale per capire la complessità del rebus kosovaro anche ora, a un anno dalla dichiarazione di indipendenza.

Dove vivevano i rom

È in tale rebus vanno poi inserite le minoranze rom, askhaljia e egiziane (RAE). La loro storia, il loro presente e la loro sorte sono strettamente legate a quanto accade nel resto del Kosovo.

Al comune di Mitrovica sud parlo con la funzionaria rom che ha il compito di fungere da collegamento tra la comunità e le istituzioni locali che “si sente impotente di fronte alle richieste, talvolta disperate, che le arrivano dai rom” e per l’assenza di risorse e volontà politica da parte delle istituzioni che, dice la funzionaria, “spesso la fanno sentire come un pupazzo” messo lì per accontentare la comunità internazionale ma senza alcun potere reale.

Nel suo ufficio, uno stanzino senza finestre con un computer che non viene riparato da più di un anno e dove a stento ci si muove, ci sono affisse due mappe del quartiere rom, una di prima della guerra del 1999 e della tabula rasa fatta dagli albanesi di ritorno a Mitrovica dopo la fine dei bombardamenti della NATO, e l’altra con evidenziate le aree dove dovrebbe risorgere, secondo i piani concordati dal comune con le agenzie internazionali, la mahalla dei rom. Il quartiere che una volta si estendeva su un territorio di circa 20 ettari lungo la riva sud del fiume Ibar ora si è ridotto a poco meno di due ettari. La distanza tra quello che c’era prima e il presente diventa evidente mentre passeggiamo verso le nuove abitazioni assegnate da pochi mesi ad alcune famiglie rom che hanno accettato di fare da apripista di un controesodo che forse non avverrà mai, nonostante sia fortemente auspicato (e incentivato) dagli strateghi del nuovo Kosovo pacificato e, volente o nolente, multietnico. Quello che colpisce attraversando a piedi l’area è l’assenza di vita, l’assenza di musica, gli ampi spazi vuoti dove è stata rimossa ogni traccia di quello che c’era.

E quello che non è stato tolto dagli urbanisti e dagli architetti del comune e delle agenzie internazionali è stato rosicchiato dagli occupanti abusivi albanesi che subito dopo la guerra si sono mossi velocemente, con ruspe per demolire e con mattoni per erigere nuovi muri. D’altra parte, non si può dire che queste azioni siano state contrastate con vigore dalle autorità locali. Il comune anzi ha autorizzato la construzione sul terreno dove da generazioni sorgevano le case in muratura dei rom di un mercato coperto, alcuni ristoranti con vista sul fiume e immobili vari non meglio definiti, ma sufficienti a ridisegnare il territorio, a occuparlo, e ad aprire potenziali ulteriori vertenze sui diritti di proprietà che si protrarranno per anni, sempre che i rom abbiamo le risorse, la forza e la determinazione per far valere (tentare almeno) i propri diritti legittimi su quei terreni, sanciti anche dalla risoluzione 1244 delle Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede, esplicitamente, il diritto degli sfollati di ritornare in condizioni di sicurezza nel loro luogo di residenza e riprendere possesso delle proprie abitazioni e proprietà. Diritto reiterato recentemente nella strategia nazionale per i ritorni approvata nell’ottobre 2007.

La “Roma mahalla” era uno dei quartieri rom più vivaci e attivi dei Balcani dove prima della guerra vivevano almeno ottomila rom, oggi non resta che il nome e poche decine di rom, incerti sul proprio futuro. Dove c’erano persone, ora ci sono vaste aree desolate che l’estate ha coperto di papaveri selvatici e gli uomini di cumuli di rifiuti. E non si tratta solo di quelli prodotti dai residenti e non raccolti dalla nettezza urbana locale – nonostante la richiesta formale avanzata dai rom perchè venga garantita almeno una raccolta a settimana. Questa area è anche una zona di scarico di immondizia prodotta altrove, soprattutto dalle centinaia di cantieri edili che montano e smontano pezzi di città, a Mitrovica e nei dintorni.

Presenze in eccesso

A nord del fiume Ibar, Mitrovica è ancora Serbia. La ciminiera rossa e bianca dell’enorme complesso industriale della Trepca ormai in disuso domina il panorama. Ai piedi dell’imponente colonna una collina nera. Sono tonnelate di polveri e detriti prodotti dalla lavorazione dei minerali. La collina nera è lì dov’è, apparentemente immobile, da dieci anni almeno. Apparentemente perchè le polveri per loro natura se le porta via il vento e le deposita ovunque, per le strade, sulle auto in sosta, sui vestiti distesi ad asciugare, sulle stoviglie, nelle case. Si da il caso che queste polveri, che contengono un’alta percentuale di piombo, siano altamente tossiche. E che sotto alla collina le autorità internazionali abbiamo costruito un campo profughi che da anni ospita centinaia di rom, che si ammalano e muoiono per avvelenamento da piombo nell’indifferenza generale.

“Siamo come pupazzi che gli albanesi, i serbi e la comunità internazionale muovono a proprio piacimento a seconda dei loro interessi e delle esigenze del momento”, dice Skander, il leader del campo profughi di Leposavic, pochi kilometri a nord di Mitrovica, che avevo incontrato nell’ex-deposito delle esercito jugoslavo divenuto da nove anni la casa di alcune centiani di rom. Il campo non è un’abitazione dignitosa, dice, “ma almeno qui, nella zona dei serbi, ci sentiamo fisicamente sicuri, loro non hanno bruciato le nostre case e rubato le nostre cose”.

Nella saletta comune ci sono tre computer e un grosso tavolo su cui sono impilati documenti, mappe e articoli di giornale. Ci sediamo intorno al tavolo, alle sue spalle ci sono foto del campo e due ritratti di Tito, ammirato dai rom per aver riconosciuto più di trenta anni fa il loro popolo e la loro cultura nella costituzione jugoslava. Racconta la vita al campo e le interminabili riunioni, conferenze, discussioni e le promesse mai mantenute dalle decine di interlocutori nazionali e internazionali che hanno fatto visita all’insediamento, ciascuno con la sua ricetta da proporre.

Kosovo’s poisoned generation / Una generazione avvelenata

By Nick Thorpe, BBC News, Kosov0

The children are sick with lead poisoning. The camps were built close to the Trepca lead mine and smelting works. The factory was closed by order of the UN administration in Kosovo, in 2000. But the slag heaps were never cleaned up. The lead blackens the children’s teeth, blanks out their memory, and stunts their growth. The children swing between bursts of nervous hyperactivity, and something like a coma. Some have epileptic fits.

“Every child conceived in these camps will be born with irreversible brain damage,” says Paul Polanski, a US human rights activist based in Nis, Serbia. “Everyone talks about resettlement, but that’s not the problem, the problem is medical treatment.”

Dangerous levels

Mr Polanski claims 77 people have died in Cesmin Lug and another nearby town, Osterode, mainly through complications from lead poisoning.  The local UN administration in Mitrovica sees him as a trouble maker. Lead in the blood is measured in micrograms per decilitre. “This is the worst ever lead poisoning that we know of in Europe,” said Dorit Nitzan, head of the World Health Organization (WHO) regional office in Belgrade. “We are talking in the tens – 40-50 mg/dl, more than a 100 in the blood… really high levels.”  In 2004, the WHO recommended the evacuation of Cesmin Lug, and two more Roma camps at Kablare and Zitkovac.  All had been set up by the UNHCR in 1999 as a temporary measure, when the Roma Mahalla, on the southern shore of the Ibar River, was burnt down by Albanians in the dying days of the conflict over Kosovo.  In 2006, Kablare and Zitkovac were closed down, and the Roma from there moved to Osterode, a former French army base. It was polluted by lead too, but after the topsoil was removed and concrete put down, the WHO classified it as “safer” than before, and about 600 Roma, including some from Cesmin Lug, moved in. Some children began medical treatment, known as “chelation” – to clear the lead from the blood – sponsored by the WHO.  But the success of the treatment assumes that the children have been removed from the source of the pollution – that assumption remains a source of controversy today.

Who is responsible?

In Cesmin Lug, children go barefoot, even in winter, on the polluted earth. In Osterode there is concrete, running water, and indoor toilets, but still the wind blows the deadly dust through the air. In May 2008, the UNHCR handed responsibility for the camps to Kosovo. “It was quite a shock,” says Sasa Risic, the minister for communities and returns. “We were told to solve, immediately, a problem which the UN had not been able to solve for nine years.”  The UNHCR turned down our request for an interview, on the grounds that administration of the camps belonged to the UN Mission in Kosovo, Unmik.  “The main culprit is always Unmik, or the UN, but it’s not true,” said Gyorgy Kakuk, outgoing spokesman of Unmik in northern Mitrovica.  So what can Unmik fairly be blamed for? I asked.  “Our responsibility over the years,” he replies carefully, “lies in the fact that we were not tough enough, in bringing those people back, from the beginning.” “We always withdrew when we faced resistance.” Resistance came from two sources. One was the local council in Albanian-run southern Mitrovica, which delayed the rebuilding of the Roma Mahalla, where the gypsies lived before 1999; the other was the Roma in the camps themselves.  Today, the rebuilding of Roma Mahalla in southern Mitrovica, funded by the Dutch and Norwegian governments, is proceeding slowly.

In Phase 1, some 400 Roma returned, but Phase 2 has not yet started.  The US government has also launched a new project to re-house 50 families from Cesmin Lug – but there are complications.  Some Roma at Cesmin Lug told me they were afraid to leave the Serb-controlled north, for the Albanian-majority south, because they feared they would lose their welfare payments – which were still paid by Belgrade.  Others said they would not feel safe living among Albanians again, after what happened in 1999.  Later this month, the WHO will make their next fact-finding visit to the camps.  As a wintry sun sets over the slag heaps, the children sing a nursery rhyme some say dates back to the time of the Great Plague in England.  “Ring a-ring o’roses, a pocket full of posies. A-tishoo! A-tishoo! We all fall down.”

Towards the social inclusion of RAE minorities in Kosovo

Paper by Nando Sigona [draft]

June 2008

Introduction

The development of an inclusive and welcoming society is a key prerequisite to the successful integration of RAE minorities.

The strategy of RAE integration will offer a comphensive policy instrument to address many of the key issues of concern for these minorities. However, in order to achieve the goals listed in the strategy, and primarly RAE social inclusion in Kosovo, it is essential to move beyond the strategy itself, to target the relationship between majority and minority and addressing the central issues of trust and reconciliation as discussed in the concept paper 1.

We should bear in mind, in fact, that RAE have a century-long history in Kosovo and their current circumstances must be understood in the context of the overall history of Yugoslavia and its dissolution and, importantly, as the result of the history of the region and not an exception.

 

The context

During the 1999 war, Kosovo came to the fore as a conflict-ridden and divided society where two parallel societies had been living over the centuries. The war and the growing ethnic tension of the 1990s provided the interpretative framework through which the past of the region was recollected and narrated. This led many commentators to consider the separation between Serbs and Albanians as inevitable. Kosovo, to put it in Mertus’ terms (1999: 4), “exemplifies a society in which the identities of two competing groups have long been tied to Truths about the other”.

On the contrary, Duijzings and other scholars (2000) show how “although the war in Kosovo may cause us to think in terms of irreconcilable differences, one should not forget that boundaries – the territorial as well as the cognitive ones – have often faded in more quiet periods (2000:1). Yet, he points out, “Kosovo has also a history of coexistence with considerable movements across its ethnic and religious frontiers […] Many cultural traits were and still are shared across group boundaries, and throughout its history  the ethnic and religious barriers have been anything but watertight” (ibidem).

It is estimated that currently around 35.000 to 40.000 Roma, Ashkali and Egyptians live in Kosovo – Gjakove/Djakovica, Prizren, Ferizaj/Urosevac, Fushe Kosove/Kosovo Polje, Obiliq/Obilic, Mitrovica/Mitrovice, Peja/Pec and Gracanica host the largest communities – while about100.000 live abroad[1].

RAE emigration from Kosovo started in the late 1970s, with the decline of Yugoslav economic and social system, however the mass exodus of RAE occurred in the aftermath of the conflict in 1999, when hundreds of people were killed or went missing; houses were burnt down or illegally occupied and entire neighbourhoods were swept away. Displaced RAE are settled mainly in the Balkan region, with Serbia being the main country of asylum, and Western Europe, where the largest RAE population is settled in Germany.

All available social and economic indicators underline the disadvantaged position of RAE in Kosovo society. The UNDP Human Development Report (2004) reveals that RAE per capita income amounts to about one third of that of the rest of the population, with 36% of RAE living in condition of extreme poverty (1USD a day) and almost 60% unemployed. Moreover, if employed, Roma, Ashkali and Egyptians occupy primarily lower level positions. Of particular concern is the situation of RAE in the education sector (UNDP, 2005), with the percentage of illiterate persons well above the rest of the population (16%) and a situation which has been deteriorating in the last 10 years.

These issues, in particular the lack of job opportunities and poor education achievements, resonate in the interviews carried out with RAE activists and organisations and key informants in Kosovo and abroad. In several occasions, respondents directly relate the need to address these issues to the more general goal to achieve trust, reconciliation and security as prerequisite for successful integration.

Policy aimed to promote the integration of minorities, in particular in a society which experienced in its recent history war, conflict and violence, should include the issue of community relations, social cohesion and reconciliation into its scope.

 

Continuity and discontinuity

In the context of Kosovo interethnic relations, RAE minorities have been under pressure both from the Serb and Albanian sides to show loyalty and assimilate to the dominant culture. According to Galjus, Roma identity was systematically denied, hidden, forcedly removed and then recalled whenever required by the political opportunity of dominant groups. However, it must be pointed out that this process did not start with the war: it was rooted in public policy and practice which were embedded within the framework of Kosovo interethnic relations. For Marushiakova and Popov (2001: 469), “tendencies towards religious and ethnic assimilation of the Gypsies by the predominant communities have always existed on the Balkans”.

However, we must be aware that discourses around identity are never easy or clear cut and categories are dialectically defined, subject to continuous negotiation and far from being hermetically sealed.  For Duijzings (2000:5), “because of these historical experiences of conversion and ‘mimicry’, and the consciousness of mixed and composite origins, there is often a high awareness among Balkan inhabitants that most identities should not be taken for granted”. Nonetheless the experience of violence and war has contributed to the polarisation of the conflict/relationship between the two main ethnic groups leaving the RAE caught in the middle.

In order to promote and facilitate a cohesive and peaceful society for all, where minorities feel secure and can interact freely with the other groups in society, while developing their culture and tradition to address the needs of a fast changing society, it is important to think any policy for RAE inclusion as not exclusively targeted at RAE people but as measures addressing the wellbeing and development of society at large.

Moreover, the mainstreaming of RAE issues is essential in order to avoid the false impression that in current Kosovo RAE are privileged against others in accessing resources. The current circumstances of RAE minorities in Kosovo demonstrate cleary that this is not the case, however among some ethnic Albanians the idea of RAE being privileged is rooted and can become in the future cause of conflict and enimities. This issue was flagged up by some key informants during the fieldwork. It was pointed out how current practice sometimes rather then promoting solidariety between groups ends up by reinforcing boundaries between them. And the international community has some important responsabilities in this sense. In fact, while it is a risk to some extent embedded in ethnopolitics, the oversemplification of political debate and the polarisaton of grouping along ethnic lines with the marginalisation of other forms of political and social affiliations and belonging, international agencies should operate considering more carefully the long term impact of their policies on the very people they claim to advocate for. The risk of antagonising the majority should be assessed also in relation to its impact on local institutions and political debate in general. If RAE are an issue of ‘internationals’, local authorities,  Government and political parties can derogate to their responsibility towards them and rather use them as a scapegoat for majority “unhappiness”.

RAE activists pointed out also how for them is much easier and less risky to blame international agencies for the extreme living conditions of many RAE people, while at the same time they acknoledge how this strategy on the medium long term does not help to improve ethnic relations and solve tension between Kosovo citizens.

Building trust and solidarity between different groups in society is crucial for a successful integration process. Government, politicians, internalional agencies and the media and educational institutions all have a role to play in fostering understanding, reconciliation and solidarity between communities.

As we discussed in the concept paper I, integration should be understood as a process rather that an end-status in which it is possible to detect three different components:

a)    It is dynamic and two-way: it places demands both on the society and the individuals and/or the communities concerned.

b)    It is long term: rather than understanding it as an ending status, integration should be understood as a process which requires continuous commitment, action and adjustment from all parties.

c)    It is multi-dimensional: it relates both to the conditions for and actual participation in all aspects of the economic, social, cultural, civil and political life of the country as well as to individuals’ own sense of belonging and membership in the society as a whole.

 

Some concluding remarks

While overall the situation is bleak and sees Roma in the middle of two, sometimes, three or four fires: Serbs, Albanians, internationals and diasporas[2] – each of them attempting to promote its own ‘truth’ on RAE – fieldwork also showed that there are situations where positive measures are being undertaken and results become to be visible.

The acknowledgement of the circumstances which brought to the current situation of ethnic polarization is the starting point for post-conflict reconstruction of positive and peaceful social relations.

Kosovo was, and to a less extent still is, the home also of other ethnic groups. While foreign observers have often considered marginal or not relevant these residents, the other minorities played an important, often instrumental, role in Yugoslav politics and, in a divided and polarised environment such as Kosovo, struggled to find their way through changing power relations and cyclic request to display loyalty to the winners.

Municipalities have a crucial role to play in the implementation of the strategy and the creation of positive social relation in general. But, at moment, they seem to not do enough to engage with RAE and fail to develop local strategies to deal with RAE socio-economic disadvantage and social exclusion. The appointment of community officers from the RAE communities, while an important step forward, does not guarantee the improvement of the situation. Some informants lamented the fact that community officers are used as a token by municipal authorities, and are not given any real power.

However, the involvement of municipalities and local stakeholders (including Serbian parallel structures) is an essential resource for the successful implementation of the strategy. This should be supported and coordinated by a central office which could act as facilitator of exchange of good practices, as a monitor of their initiatives and policy and as body responsible for the overall implementation of the strategy.

 

Some proposals for the implementation of the RAE strategy

·         Including whenever possible RAE in mainstream strategies and policy

·         Avoid duplication of legislation

·         simplify the structure of agencies called to implement the strategy

·         clearly identifies duties and responsibilities of agencies

·         conducting a nation-wise survey of RAE situation and needs’ assessment which shall be used as baseline for setting realistic goals and targets for implementation

·         work in partnership with RAE organisations but be aware of limited resources available and the risk of overstretching their capacities

·         municipal authorities in lines with the general objectives of the Strategy and in close collaboration with the Government focal point for RAE strategy implementation develop local strategies tailored on local needs, political circumstances and RAE demography. Planning sustainable return is an essential part of local strategies.

·         identify pilot projects and potential best practice in each area of the Strategy

·         promote a positive image of RAE as part of Kosovo society in mainstream media

·         government plans should be spelt out especially as far as returnees and displaced RAE are concerned

·         clear monitoring and evaluation procedures and independent assessment conducted in cooperation with RAE organisations.



[1] Around 45.000 to 50.000 Kosovo Roma, Ashkali and Egyptians live in Serbia (23.000 as registered IDP), 35.000 are in Germany with temporary status (duldung) and around 10.000 live as refugees in Montenegro, Macedonia and Bosnia and Herzegovina. An unaccounted number lives as refugees, illegal migrants or migrant workers all over Western Europe. As of October 2007, 6,899 Roma, Ashkali and Egyptians returned to Kosovo since January 2000 according to UNHCR data.

 

[2] An important aspect to consider when discussing the role of diaspora in guiding the decision taken by RAE in Kosovo comes from the UNDP (2004). According to UNDP, among Roma, Ashkali and Egyptians remittances from relatives/friends constitute 20.86% of the total income which is the highest rata among all ethnic communities. Nevertheless, RAE refugees and diaspora and local RAE may have, at this stage, diverging interests and government policy should take them into account.

 

Chi comanda in Kosovo

Chi comanda in Kosovo

di Nando Sigona

Il presente articolo e’ apparso sul numero 98/99 [agosto/settembre 2008] de ‘Lo Straniero’ [www.lostraniero.net]

 

«Mirë se vini në Republikën e Kosovës» [benvenuti nella Repubblica del Kosovo], lo striscione incornicia l’ingresso dell’area ‘controllo passaporti’ dell’aeroporto di Pristina. La bandiera a sfondo blue con la sagoma giallo oro del Kosovo sovrastata da sei stelle bianche, fresca di sartoria, proietta la sua ombra sui passeggeri che camminano sulla pista. Poco distanti ci sono altre bandiere, da sinistra verso destra: la stella della Nato, il globo delle Nazioni Unite, stelle e strisce degli Stati Uniti, il cerchio di stelle dell’Unione Europea e l’acquila a due teste dell’Albania, che offrono a chi arriva una sintesi della geopolitica di questa travagliata area dei Balcani da ormai nove anni sotto protettorato internazionale.

 

I pilastri pericolanti della comunità internazionale

Orientarsi a Pristina non è facile. Pare che i locali non abbiano bisogno dei nomi delle strade, dei cartelli stradali per muoversi. Forse perchè cresciuti in una società governata dalla minoranza serba, dove l’albanese era spesso bandito dai luoghi pubblici e dalla burocrazia, hanno imparato a muoversi utilizzando riferimenti diversi. Forse perchè a volere utilizzare la toponomastica ufficiale è più facile perdersi che trovarsi dove i nomi delle strade tracciano una mappa fluida cambiata troppe volte negli ultimi anni seguendo i risvolti della storia. Ma c’è anche un’altra ragione per non conoscere i nomi delle strade, semplicemente perchè non ci sono. Pristina, infatti, spinta dai soldi della ricostruzione, dalle rimesse degli immigrati e dalla liquidità immessa sul mercato dai tanti espatriati, cresce e si espande a velocità sostenuta. In pochi mesi il paesaggio urbano si trasforma, appaiono strade, palazzi, hotel e piazze che prima non c’erano.

A pochi mesi dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza, anche l’architettura del potere del nuovo Kosovo sembra in piena trasformazione. Alcuni cambiamenti sono solo di facciata, altri appaiono invece più sostanziali. Se le bandiere albanesi sono riposte nel cassetto (almeno a Pristina) per ragioni tattiche, altre, come quella delle Nazioni Unite, si preparano a lasciare il campo, avviando una sostanziale ridistribuzione di poteri e prerogative. La transizione però risulta confusa e si riscontrano seri problemi di sincronizzazione. In particolare, il sostanziale disaccordo esistente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite circa l’indipendenza della (ex)provincia serba non consente l’approvazione di una risoluzione che ponga termine al mandato dell’UNMIK, stabilito con la risoluzione no. 1244. Pertanto, se nella forma è ancora l’UNMIK a governare il paese, i politici autoctoni guadagnano spazi importanti di (relativa) autonomia e i funzionari dell’Unione Europea prendono possesso di uffici, palazzi e caserme da cui gradualmente subentrano, nella sostanza prima ancora che nella forma, nelle funzioni fino ad ora assegnate al personale, civile e militare, delle Nazioni Unite.

Nei giorni della dichiarazione di indipendenza, nelle cancellerie europee ci si affrettava a definire la strategia europea per il Kosovo. Il 4 febbraio una decisione del Consiglio Europeo stabiliva i termini della missione e nominava Pieter Feith, diplomatico olandese di lungo corso, Special Representative dell’Unione Europea con il compito di offrire supporto alle istituzioni locali e favorire il processo di integrazione europea del Kosovo, ma anche, e soprattuto, di coordinare gli interventi europei e garantire la coerenza della linea politica comune. Pochi giorni dopo, toccava al secondo pilastro dell’intervento europeo EULEX, la missione dell’Unione Europea volta a istituire e consolidare la ‘rule of law’, a capo della quale veniva nominato il generale francese Yves de Kermabon, ex comandante della KFOR. A EULEX, che dovrebbe essere operativa da fine giugno dopo un periodo di transizione di 120 giorni con uno staff di quasi duemila unità, spetta di garantire il rispetto della legge e di monitorare, istruire e consigliare le istituzioni kosovare in settori quali polizia, amministrazione della giustizia, dogane e sistema penitenziario. Il terzo pilastro riguarda lo sviluppo economico regionale e la promozione di iniziative e progetti di sostegno allo sviluppo del Kosovo nello spazio europeo ed è affidato all’Ufficio della Commissione Europea a Pristina, guidato da Renzo Daviddi, economista italiano con una lunga esperienza nei Balcani. Si tratta di un settore di primaria importanza, come dimostrano i quasi due miliardi di euro investiti dall’Unione Europea negli ultimi anni nel solo Kosovo.

Quali saranno i rapporti tra i tre pilastri non è chiaro e già ora è possibile intuire qualche area di criticità. Prima di tutto, l’Unione Europea non ha ancora definito una linea politica comune sul Kosovo e il fatto che solo diciotto dei ventisette stati dell’Unione Europea abbiano riconosciuto il nuovo stato non fa che confermarlo. Pertanto, il ruolo di inviato dell’UE affidato a Feith si poggia su basi tutt’altro che solide. A ciò va aggiunto che Feith ha anche un altro importante incarico in Kosovo, quello di alto rappresentante dell’ International Civilian Office (ICO) a cui partecipano gli Stati Uniti e altri paesi che sostengono il processo di indipendenza del paese. Il doppio incarico, in una situazione fluida come quella attuale, si presta a creare confusione e Feith è spesso obbligato ad aggiungere postille ai suoi interventi pubblici specificando a nome di chi stia parlando. Il generale de Kermabon, dal canto suo, ancora prima di prendere possesso del suo ufficio a Pristina ha sottolineato, in un’intervista rilasciata al quotidiano Koha Ditore, la sua indipendenza dall’ufficio del collega; ‘la catena di comando di questa missione – ha detto il generale in linguaggio militaresco – è direttamente collegata a Bruxelles, al Comitato di Sicurezza e all’ufficio di Javier Solana’.

Infine, c’è la non trascurabile questione delle enclavi serbe e della coesistenza  di due strutture statali parallele, quella serba – la Serbia riconosceva il mandato dell’UNMIK in quanto sancito da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ma si rifiuta di riconoscere la legittimità del governo kosovaro e della missione UE in Kosovo – e quella del nuovo governo. Queste strutture parallele si riflettono in ogni aspetto della vita degli abitanti di queste municipalità: dai tribunali alle scuole, dall’assistenza sanitaria al rilascio dei documenti personali, dalle patenti di guida all’emissione delle targhe delle auto.

 

Bentornato a casa: da soldato a politico (passando per l’Aja)

I poster hanno lo sfondo rosso e il mezzo busto in giacca e cravata di Ramush Haradinaj. Sono apparsi dalla sera alla mattina di fianco al palazzo dell’UNMIK, di fronte a quello dell’OSCE, sulla strada che porta all’aeroporto, davanti alla torre di vetro del governo, al palazzo della banca centrale, sul boulevard UCK e quello intolato a Bill Clinton. Luoghi strategici e con alto valore simbolico. Celebrano il ritorno in Kosovo di Ramush Haradinaj, familiarmente noto come ‘Ramush’ o ‘RH’. Ex capo dell’UCK, ex primo ministro del Kosovo, e ora ex inquisito per crimini di guerra dal tribunale internazionale dell’Aja, RH è tornato in campo. “We need you”, dice uno dei poster, e poco importa che siano stati finaziati dallo stesso Haradinaj. Un aspetto, certo non secondario, è che la maggior parte dei manifesti sono in inglese. Messaggi diretti alla minoranza serba che non parla albanese perchè per chi era al potere non c’era bisogno di conoscere la lingua degli altri, ma anche al numeroso personale internazionale di stanza a Pristina. Ringraziamento a coloro che hanno permesso che Haradinaj fosse prosciolto da accuse gravissime riferite a quando era uno dei vertici dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) e che lo costrinsero a dimettersi dopo appena cento giorni dal suo incarico di primo ministro, ma anche celebrazione dell’impunità di chi è ora vincitore ed è pronto a tornare alla politica in giacca e cravatta e avvertimento alla minoranza serba e a tutti coloro non accettano il nuovo ordine di cose.

Nel verdetto di non colpevolezza, i giudici del Tribunale Internazionale dell’Aja dicono che il caso presentava molti punti oscuri e si fondava su prove e dichiarazioni vaghe rese da testimoni impauriti e sotto pressione. Questo aspetto è stato posto in evidenza anche dagli avvocati delle parti civili che hanno parlato di intimidazioni diffuse senza precedenti. Nei fatti, quasi la metà degli oltre cento testimoni ha richiesto il totale anonimato o speciali misure di protezione e altri si sono rifiutati di rendere la loro testimonianza a processo avviato. Per non parlare poi di quelli improvvisamente spariti o trovati morti. Ma quello di Haradinaj è stato un caso difficile dall’inizio. Forti pressioni diplomatiche sono state esercitate sul pubblico ministero Carla Del Ponte perchè lasciasse stare il comandante diventato politico moderato e rispettato. Pressioni che la Del Ponte denunciò pubblicamente in un’intervista apparsa sul Frankfurter Allgemeine Zeitung nel 2006, ‘la difficoltà in Kosovo – diceva il pubblico ministero – è che nessuno ci ha aiutato, né l’amministrazione civile delle Nazioni Unite, né tantomeno la NATO’.

La vicenda Haradinaj è a suo modo esemplificativa del Kosovo d’oggi. In particolare, permette di percepire la distanza che intercorre tra i proclami e gli alti principi declamati dalle istituzioni internazionali e ripetuti a memoria da quelle locali e una realtà ancora segnata da profonde tensioni interetniche dove nessuno parla di riconciliazione, dove l’impunità dei ‘vincitori’ è quasi totale, dove la corruzione è diffusa e strutturale e coinvolge pienamente anche il personale internazionale a vario livello, e dove gli sforzi di costruire una qualche forma di fiducia nelle nuove istituzioni da parte delle minoranze si blocca ogni qualvolta un episodio come quello di Haradinaj viene fuori.

 

La terra dei consulenti

Affermazioni come quella contenuta nel discorso di investitura di Pieter Feith, secondo la quale: ‘I primi necessari passi verso l’integrazione nell’Unione Europea sono nella direzione del rispetto incondizionato di tutte le comunità e di tutti i valori europei’, si sciolgono al sole della real politik internazionale. Basta pensare, a titolo d’esempio, che dal 2004, il Kosovo ha adottato una legge contro la discriminazione che molti osservatori considerano tra le più avanzate in Europa. Di fatto, però, la legge, scritta dall’ufficio dell’OSCE in Kosovo e certificata dall’Alto Delegato delle Nazione Unite, non è stata praticamente mai applicata e probabilmente la maggiornaza dei politici kosovari non la conosce neppure. Ma il fatto che esista è sufficiente a mantenere la finzione di un Kosovo pacificato che accontenta i politici locali bisognosi dell’appoggio europeo e i ricchi funzionari internazionali che così giustificano la loro presenza.

C’è anche un altro gruppo di individui che trae enormi benefici economici da una situazione come quella kosovara: i consulenti. Non c’è pietra, ma neache foglio di carta, che si muova a Pristina e dintorni che non sia passato per le mani di almeno un consulente. Proposte di legge, piani d’azione, strategie varie e studi di fattibilità passano inesorabilmente per la tastiera di consulenti impiegati dalle agenzie internazionali e talvolta dislocati negli uffici della pubblica amministrazione per ‘insegnare’ ai locali le regole del ‘buon governo’.

Incontro Lyda Favali, docente di Sistemi Giuridici Comparati all’università di Perugia e esperta legale per il governo kosovaro in un bar vicino alla stadio di Pristina, parliamo del ruolo dei numerosi soggetti che operano in Kosovo e del loro contributo alla costruzione del nuovo stato. Se è possibile individuare le linee generali che guidano l’azione internazionale, dice Favali, quando si va più nel dettaglio emergono evidenti divergenze. ‘Il problema è che sono coinvolti troppi attori  e che nessuno si accontenta di una sola fetta della torta. Ciascuno ha investito ingenti risorse nei Balcani e persegue la propria agenda’. Quando poi si sposta l’attenzione dai processi macro a quanto accade sul campo, la figura chiave da mettere sotto esame sono i consulenti internazionali. In particolare, bisognerebbe guardare al lavoro svolto dai consulenti legali e il loro impatto sul sistema giuridico del paese ricevente, cosa che ben pochi hanno interesse a fare. Quello a cui assistiamo, dice Favali, ‘è la nascita di network specializzati che si stanno sviluppando in vari settori della società civile, indipendentemente dagli stati nazione e in modo relativamente distante dalle regole del diritto internazionale pubblico’ e della dialettica democratica. Questi network ruotano intorno a poche agenzie di consulenza che hanno nel proprio portfolio centinaia di nomi di esperti da mobilitare all’occorrenza non appena un bando viene pubblicato. Le modalità di selezione e impiego dei consulenti e come queste si riflettono sul operato dei singoli e sui risultati della loro azione sono un tema da esplorare e che può offrire un importante chiave di lettura sul fallimento di molti interventi di cosiddetto ‘sviluppo’ e, ancor di più, sull’irrilevanza, in certi circuiti, di questo fallimento. In fondo, c’è sempre un altro consulente da nominare per fare una valutazione di quanto l’altro ha fatto male e così via, vorticosamente.

Nel 2003, il portavoce della polizia dell’ONU suscitò scalpore quando dichiarò che il Kosovo ‘non è una società affetta dal crimine organizzato, ma una società fondata sul crimine organizzato’.

Negli anni successivi, la situazione non pare cambiata di molto. E, sia chiaro, la responsabilità per questo stato di cose non è solo della politica locale.