Nation building and the others

I’m on my way to Cyprus where I’m giving a paper at the International Association for the Study of Forced Migration conference (IASFM: www.iasfm.org) . My paper is about RAE in Kosovo, but I’m not going to look into the appaling living conditions of the communities, as there are several detailed reports on this, rather I would like to use the situation of the RAE as a lens to look into tensions and conflicts in the process of nation building in Kosovo. In particular, i want to explore the tension between ‘colonial’ EU protectorate policy and practice and ‘colonial’ responses of  Kosovo ruling elite. Two chapters of the RAE integration strategy and some pilot interviews carried out last year are the empirical basis of the reflections. More work will follow next year when I’m planning a 2 weeks trip to Kosovo.

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Una città e il suo doppio

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A un anno dalla dichiarazione d’indipendenza del Kossovo, Mitrovica, città di confine resta divisa tra un nord serbo e un sud albanese. Ogni cosa ha un doppione: scuole, tribunali, ospedali e documenti. E poi ci sono le minoranze, a cominciare dai rom 

Di Nando Sigona [Napoli Monitor, n.22, marzo 2009]

La zona grigia

Nonostante gli anni, la mercedes beige sorpassa con disinvoltura i trattori e gli altri veicoli che affollano la strada a due corsie che attraversa il Kosovo da nord a sud. La destinazione è Mitrovica, città che marca il confine tra il nuovo Kosovo indipendente (e albanese) e quello che si sente ancora provincia della Serbia. Per la precisione la linea di confine tra questi due mondi divide la città stessa in due, con il governo kosovaro che controlla la zona sud e la Serbia che mantiene il controllo di quella a nord del fiume Ibar. A fare da collegamento tra i due mondi un ponte sotto la vigilanza continua del contingente francese della KFOR. In realtà di ponti ce ne sono altri due, ma di questi si parla molto meno.

Mitrovica è il luogo dove in maniera più evidente si palesa la coesistenza tra due strutture statali parallele, che la dichiarazione unilaterale di indipendenza dello scorso anno ha ulteriormente allontanato. La Serbia, che pure riconosceva il mandato dell’UNMIK in quanto sancito da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, si rifiuta di riconoscere la legittimità del governo kosovaro e della missione UE in Kosovo e ha nei mesi passati rinforzato la sua presenza.

I due sistemi intervengono in ogni aspetto della vita degli abitanti di questa città: dai tribunali alle scuole, dall’assistenza sanitaria ai documenti personali, dai sussidi economici alle patenti di guida e alle targhe delle auto. Per quanto riguarda le auto, nella parte nord si vedono le targhe con la sigla KM (Kosovska Mitrovica) emesse dalle autorità serbe, a sud dominano invece quelle con la sigla KS adottata dal nuovo governo. Il problema sorge per gli autusti dei veicoli in transito da una parte all’altra (e ce ne sono molti!) che devono fermarsi e togliere la targa ogni qualvolta attraversano il fiume Ibar.

Per l’UNMIK, il controllo serbo sul nord di Mitrovica ha sempre rappresentato uno smacco difficile da digerire, che si rifletteva nella stigmatizzazione di quel pezzo di città come ‘zona grigia’, a cui venivano associati una serie di connotati negativi, spesso ben lontani dalla realtà riscontrabile sul terreno. Nel 2002, Steiner, l’allora rappresentante speciale in Kosovo del segretario generale dell’Onu, dichiarava:

Se si getta uno sguardo su Mitrovica nord oggi, che cosa si osserva? Strade grigie. Giovani senza prospettive. Macchine parcheggiate in doppia e tripla fila. Disordine. Paura. Una legale “zona grigia”. Nessun investimento. Niente lavoro. Nessun futuro. È tempo di fare qualcosa. Se le cose vengono lasciate così come sono, scivoleranno ancora più verso il fondo. […] Lasciare le cose così come sono significa perdurare nell’assenza di leggi, nell’insicurezza, nella paura e nella marginalizzazione politica. Significa restare in una “zona grigia”.

Come nota Picker, in un bel intervento apparso su Conflitti Globali, ‘la differenza che viene prodotta discorsivamente tra un modello occidentale di città e la situazione di Mitrovica trova la sua origine in un immaginario geopolitico e geoculturale più ampio, che assume la forma di: Europa/Balcani = modernità/premodernità= sviluppo/non sviluppo’.

Mentre la situazione di Mitrovica, per la prossimità del confine con la Serbia, è in qualche modo estrema rispetto ad altre municipalità con una forte presenza serba –  va ricordato il dato spesso sottovalutato che solo circa un terzo dei Kosovari di etnia serba vive nelle municipalità del nord – è comunque fondamentale per capire la complessità del rebus kosovaro anche ora, a un anno dalla dichiarazione di indipendenza.

Dove vivevano i rom

È in tale rebus vanno poi inserite le minoranze rom, askhaljia e egiziane (RAE). La loro storia, il loro presente e la loro sorte sono strettamente legate a quanto accade nel resto del Kosovo.

Al comune di Mitrovica sud parlo con la funzionaria rom che ha il compito di fungere da collegamento tra la comunità e le istituzioni locali che “si sente impotente di fronte alle richieste, talvolta disperate, che le arrivano dai rom” e per l’assenza di risorse e volontà politica da parte delle istituzioni che, dice la funzionaria, “spesso la fanno sentire come un pupazzo” messo lì per accontentare la comunità internazionale ma senza alcun potere reale.

Nel suo ufficio, uno stanzino senza finestre con un computer che non viene riparato da più di un anno e dove a stento ci si muove, ci sono affisse due mappe del quartiere rom, una di prima della guerra del 1999 e della tabula rasa fatta dagli albanesi di ritorno a Mitrovica dopo la fine dei bombardamenti della NATO, e l’altra con evidenziate le aree dove dovrebbe risorgere, secondo i piani concordati dal comune con le agenzie internazionali, la mahalla dei rom. Il quartiere che una volta si estendeva su un territorio di circa 20 ettari lungo la riva sud del fiume Ibar ora si è ridotto a poco meno di due ettari. La distanza tra quello che c’era prima e il presente diventa evidente mentre passeggiamo verso le nuove abitazioni assegnate da pochi mesi ad alcune famiglie rom che hanno accettato di fare da apripista di un controesodo che forse non avverrà mai, nonostante sia fortemente auspicato (e incentivato) dagli strateghi del nuovo Kosovo pacificato e, volente o nolente, multietnico. Quello che colpisce attraversando a piedi l’area è l’assenza di vita, l’assenza di musica, gli ampi spazi vuoti dove è stata rimossa ogni traccia di quello che c’era.

E quello che non è stato tolto dagli urbanisti e dagli architetti del comune e delle agenzie internazionali è stato rosicchiato dagli occupanti abusivi albanesi che subito dopo la guerra si sono mossi velocemente, con ruspe per demolire e con mattoni per erigere nuovi muri. D’altra parte, non si può dire che queste azioni siano state contrastate con vigore dalle autorità locali. Il comune anzi ha autorizzato la construzione sul terreno dove da generazioni sorgevano le case in muratura dei rom di un mercato coperto, alcuni ristoranti con vista sul fiume e immobili vari non meglio definiti, ma sufficienti a ridisegnare il territorio, a occuparlo, e ad aprire potenziali ulteriori vertenze sui diritti di proprietà che si protrarranno per anni, sempre che i rom abbiamo le risorse, la forza e la determinazione per far valere (tentare almeno) i propri diritti legittimi su quei terreni, sanciti anche dalla risoluzione 1244 delle Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede, esplicitamente, il diritto degli sfollati di ritornare in condizioni di sicurezza nel loro luogo di residenza e riprendere possesso delle proprie abitazioni e proprietà. Diritto reiterato recentemente nella strategia nazionale per i ritorni approvata nell’ottobre 2007.

La “Roma mahalla” era uno dei quartieri rom più vivaci e attivi dei Balcani dove prima della guerra vivevano almeno ottomila rom, oggi non resta che il nome e poche decine di rom, incerti sul proprio futuro. Dove c’erano persone, ora ci sono vaste aree desolate che l’estate ha coperto di papaveri selvatici e gli uomini di cumuli di rifiuti. E non si tratta solo di quelli prodotti dai residenti e non raccolti dalla nettezza urbana locale – nonostante la richiesta formale avanzata dai rom perchè venga garantita almeno una raccolta a settimana. Questa area è anche una zona di scarico di immondizia prodotta altrove, soprattutto dalle centinaia di cantieri edili che montano e smontano pezzi di città, a Mitrovica e nei dintorni.

Presenze in eccesso

A nord del fiume Ibar, Mitrovica è ancora Serbia. La ciminiera rossa e bianca dell’enorme complesso industriale della Trepca ormai in disuso domina il panorama. Ai piedi dell’imponente colonna una collina nera. Sono tonnelate di polveri e detriti prodotti dalla lavorazione dei minerali. La collina nera è lì dov’è, apparentemente immobile, da dieci anni almeno. Apparentemente perchè le polveri per loro natura se le porta via il vento e le deposita ovunque, per le strade, sulle auto in sosta, sui vestiti distesi ad asciugare, sulle stoviglie, nelle case. Si da il caso che queste polveri, che contengono un’alta percentuale di piombo, siano altamente tossiche. E che sotto alla collina le autorità internazionali abbiamo costruito un campo profughi che da anni ospita centinaia di rom, che si ammalano e muoiono per avvelenamento da piombo nell’indifferenza generale.

“Siamo come pupazzi che gli albanesi, i serbi e la comunità internazionale muovono a proprio piacimento a seconda dei loro interessi e delle esigenze del momento”, dice Skander, il leader del campo profughi di Leposavic, pochi kilometri a nord di Mitrovica, che avevo incontrato nell’ex-deposito delle esercito jugoslavo divenuto da nove anni la casa di alcune centiani di rom. Il campo non è un’abitazione dignitosa, dice, “ma almeno qui, nella zona dei serbi, ci sentiamo fisicamente sicuri, loro non hanno bruciato le nostre case e rubato le nostre cose”.

Nella saletta comune ci sono tre computer e un grosso tavolo su cui sono impilati documenti, mappe e articoli di giornale. Ci sediamo intorno al tavolo, alle sue spalle ci sono foto del campo e due ritratti di Tito, ammirato dai rom per aver riconosciuto più di trenta anni fa il loro popolo e la loro cultura nella costituzione jugoslava. Racconta la vita al campo e le interminabili riunioni, conferenze, discussioni e le promesse mai mantenute dalle decine di interlocutori nazionali e internazionali che hanno fatto visita all’insediamento, ciascuno con la sua ricetta da proporre.

Kosovo’s poisoned generation / Una generazione avvelenata

By Nick Thorpe, BBC News, Kosov0

The children are sick with lead poisoning. The camps were built close to the Trepca lead mine and smelting works. The factory was closed by order of the UN administration in Kosovo, in 2000. But the slag heaps were never cleaned up. The lead blackens the children’s teeth, blanks out their memory, and stunts their growth. The children swing between bursts of nervous hyperactivity, and something like a coma. Some have epileptic fits.

“Every child conceived in these camps will be born with irreversible brain damage,” says Paul Polanski, a US human rights activist based in Nis, Serbia. “Everyone talks about resettlement, but that’s not the problem, the problem is medical treatment.”

Dangerous levels

Mr Polanski claims 77 people have died in Cesmin Lug and another nearby town, Osterode, mainly through complications from lead poisoning.  The local UN administration in Mitrovica sees him as a trouble maker. Lead in the blood is measured in micrograms per decilitre. “This is the worst ever lead poisoning that we know of in Europe,” said Dorit Nitzan, head of the World Health Organization (WHO) regional office in Belgrade. “We are talking in the tens – 40-50 mg/dl, more than a 100 in the blood… really high levels.”  In 2004, the WHO recommended the evacuation of Cesmin Lug, and two more Roma camps at Kablare and Zitkovac.  All had been set up by the UNHCR in 1999 as a temporary measure, when the Roma Mahalla, on the southern shore of the Ibar River, was burnt down by Albanians in the dying days of the conflict over Kosovo.  In 2006, Kablare and Zitkovac were closed down, and the Roma from there moved to Osterode, a former French army base. It was polluted by lead too, but after the topsoil was removed and concrete put down, the WHO classified it as “safer” than before, and about 600 Roma, including some from Cesmin Lug, moved in. Some children began medical treatment, known as “chelation” – to clear the lead from the blood – sponsored by the WHO.  But the success of the treatment assumes that the children have been removed from the source of the pollution – that assumption remains a source of controversy today.

Who is responsible?

In Cesmin Lug, children go barefoot, even in winter, on the polluted earth. In Osterode there is concrete, running water, and indoor toilets, but still the wind blows the deadly dust through the air. In May 2008, the UNHCR handed responsibility for the camps to Kosovo. “It was quite a shock,” says Sasa Risic, the minister for communities and returns. “We were told to solve, immediately, a problem which the UN had not been able to solve for nine years.”  The UNHCR turned down our request for an interview, on the grounds that administration of the camps belonged to the UN Mission in Kosovo, Unmik.  “The main culprit is always Unmik, or the UN, but it’s not true,” said Gyorgy Kakuk, outgoing spokesman of Unmik in northern Mitrovica.  So what can Unmik fairly be blamed for? I asked.  “Our responsibility over the years,” he replies carefully, “lies in the fact that we were not tough enough, in bringing those people back, from the beginning.” “We always withdrew when we faced resistance.” Resistance came from two sources. One was the local council in Albanian-run southern Mitrovica, which delayed the rebuilding of the Roma Mahalla, where the gypsies lived before 1999; the other was the Roma in the camps themselves.  Today, the rebuilding of Roma Mahalla in southern Mitrovica, funded by the Dutch and Norwegian governments, is proceeding slowly.

In Phase 1, some 400 Roma returned, but Phase 2 has not yet started.  The US government has also launched a new project to re-house 50 families from Cesmin Lug – but there are complications.  Some Roma at Cesmin Lug told me they were afraid to leave the Serb-controlled north, for the Albanian-majority south, because they feared they would lose their welfare payments – which were still paid by Belgrade.  Others said they would not feel safe living among Albanians again, after what happened in 1999.  Later this month, the WHO will make their next fact-finding visit to the camps.  As a wintry sun sets over the slag heaps, the children sing a nursery rhyme some say dates back to the time of the Great Plague in England.  “Ring a-ring o’roses, a pocket full of posies. A-tishoo! A-tishoo! We all fall down.”